martedì 9 febbraio 2010

istituzione VS artisti

...Però,
ripenso a Riccardo Caldura che è venuto a parlare durante i nostri incontri seminariali. Siamo giunti alla conclusione di dover spostare i piani o i ruoli: il fruitore diviene l’oggetto-opera; l’artista non rappresenta, documenta il reale; ecc. Ripenso anche alla questione di come l’artista si rapporta con l’istituzione (il museo, la galleria, le altre figure del sistema dell’arte) e vedo che ogni volta si scivola lontano dalla questione stessa: si guarda alla salvaguardia dell’istituzione che diviene il centro indiscusso di ogni dibattito, poi rimane poco tempo per il resto. Il resto è l’arte e gli artisti. Mi viene in mente il tema della paura e di questo tema sviluppo riflessioni circa l’aspetto dell’invisibilità. Quando dicevo che alcune categorie sono da considerarsi diversamente abili, intendevo dire anche che non viene loro concessa la possibilità di esprimere queste diverse abilità e pertanto sono: inizialmente confinate e in ultimo negate. Negare significa per me portare all’invisibilità. L’invisibilità è automaticamente non esistenza. Di fatto chiunque si definisca un artista non può provarlo se non con criteri decisi da terzi investiti di tale ruolo (vedi le scimmie sopra!). Da qui secondo me nasce l’imbarazzo talvolta nel dover rispondere a comunissime domande - “Che lavoro fai? ...L’artista??? Ah!” (che tradotto significa più o meno: non fai un cazzo!) -. L’istituzione ha generato e genera ambiguità e chiede adesioni in tal senso a chiunque decida o non possa fare a meno di essere artista. Chi rispondere a tali aspettative?!? Riprendendo quanto detto da Caldura, gli artisti sono artisti, non fanno gli artisti.

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